Fuffa

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Chiunque abbia iniziato a giocare football ha dovuto vivere il drammatico momento del primo allenamento. Si arriva al campo con in testa le immagini dei vari Tom Brady, Marshawn Lynch, Calvin Johnson o Patrick Willis e a meno di essere dotati di un fisico – diciamo – “importante” che ti farebbe finire rapidamente in una linea, si pensa di poter fare qualsiasi ruolo da skill player.
Ma ci vuole poco per rendersi conto che non sarà così.
Il football é uno sport dove i fondamentali sono importantissimi e si costruiscono su centinaia di ripetizioni. A meno di arrivare in squadra ad inizio stagione – che non per tutti coincide – o a meno di avere la fortuna di arrivare in una squadra che ha un coach dedicato ai rookies, la possibilità di lavorare sui fondamentali partendo da zero é spesso scarsa.
Oggi le cose sono un po’ cambiate, ma nei “favolosi anni 80” e sinceramente anche all’inizio di questo secolo, la maggior parte dei nuovi arrivati si sentiva rivolgere questa frase: “Rookie? Ok vai coi ricevitori
Due conti al volo sono presto fatti: 30 anni fa era impensabile giocare con più di 2 ricevitori e meno di 2 runningback. E i WR stavano categoricamente ai lati opposti del campo. Va da sé che le tracce da correre erano 4 forse 5. I blocchi poi non erano un problema perché di base si pensava che un WR non fosse in grado di bloccare nessuno. Importava solo che sapesse correre veloce dietro al lancio del QB. Il WR era veramente considerato il ruolo più facile del football. “Tutti san correre dietro a un pallone”. Capitava spesso che high school e università a corto di WR pescassero tra i velocisti dell’atletica, tanto l’unica cosa che contava era la velocità, al max gli si insegnava come prendere la palla. Eclatante fu il caso dei 49ers che nel 1982 presero il campione in carica dei 110 ostacoli Renaldo Nehemiah (1,85 m per 80 kg) come WR senza che avesse mai giocato a football in vita sua. Pensate che fine farebbe oggi in NFL con quel fisico…
La provenienza da altri sport in Italia specie negli anni 80 é stata anche motivo di selezione. Essendo – come oggi – il football uno sport nuovo per noi, inevitabilmente la maggior parte dei ragazzi sopra i 20 che ci si avvicinava aveva praticato altro. I metodi di “smistamento” portavano spesso il calciatore a fare il RB o il LB, il giocatore di basket a fare il QB, il WR o il CB. Quelli delle arti marziali assolutamente in difesa. “E chi ha giocato a tennis?” chiese una volta uno sconsiderato rookie? Risata generale e sguardi da “Dude, ma dove vuoi andare?“. Beh peccato che il tennis alleni spostamenti laterali come nessun altro sport, renda forti gli avambracci e costruisca disciplina mentale. Non ce lo vorreste uno con l’agonismo di Nadal in squadra? Il suddetto rookie non ha mai preso un bump in vita sua e aveva i cambi di direzione più secchi che si possa pensare.
Col passare degli anni il football si è evoluto e il ricevitore ha assunto un ruolo sempre più importante, e non parlo in termini di yards o TD, perché per quello già dai tempi di Rice e Irving era notevole, parlo in termini di coinvolgimento nel gioco. In Europa però siamo sempre stati inevitabilmente indietro. Se escludiamo Bob Frasco ben poche squadre del secolo scorso hanno avuto QB superstar. Ci ricordiamo molto di più running back superstar. Il football era running game. Non a caso, la stella della squadra prima del QB era il RB. I primi import usa che arrivarono erano RB e i giovani che iniziavano volevano essere come loro, ma soprattutto i coach volevano trovare grandi talenti come RB… Durante gli allenamenti il QB titolare provava hand off e toss, il passing game era considerato al limite della perdita di tempo. Qualche slant, qualche bomba… finito.
Niente di strano quindi che chi non mostrava qualità “visibili” – perché giusto “visivamente” si può giudicare uno alla prima sera – venisse indirizzato verso il gruppo di quelli che, secondo le tendenze di allora, necessitavano di meno talento, meno esperienza, meno fisico, meno tutto… Quelli che secondo un modo di dire lombardo erano considerati “fuffa” e che mai sarebbero stati determinanti in una partita.
Erano anni in cui nella casella “pass completati” c’era spesso “0”, anni in cui un QB poteva essere alto 1,65… anni in cui gli head coach avevano certezze solo dalle loro corse e i poveri assistenti dovevano supplicare perché si lanciasse non solo a terzo e lungo (il pass al primo down era eresia pura). Nel 1987 con 28 squadre in A1 la percentuale di giochi di pass era appena del 32%. I Jets Bolzano in 12 partite completarono appena 24 pass, i Panthers Parma (!!) 29. E stiamo parlando della massima serie, quindi coi migliori giocatori. Pensate in A2 o B…
Ma la caparbietà di alcuni coach fu più forte del conservatorismo di altri. “Football is a copycat game” dicono spesso dall’altra parte dell’oceano. Quando anche da noi cominciarono ad arrivare le immagini del college football, prima coi DVD di Pontel, poi con youtube, e infine su ESPN America, si aprì tutto un mondo da cui questi appassionati potevano copiare. Presto capirono che non bastava guardare, ma serviva anche qualcuno che spiegasse cosa si stava guardando. Arrivarono i libri della AFCA e arrivarono dei coach della AFCA. Molte delle certezze di allora, soprattutto in termini di bloccaggi, crollarono. Molti dei coach italiani di allora snobbarono queste innovazioni, liquidandole come un’inutile moda destinata a scomparire e continuando a divulgare I formation e corse lead. Pochi abbracciarono la nuova filosofia, ma i loro giocatori li ringraziano ancora oggi per il football che gli han fatto imparare e giocare. Le migliori tecniche per la pass protection e l’introduzione della “shotgun” diedero molto più tempo al QB. L’uso di 3-4 ricevitori e di formazioni sbilanciate gli diede più bersagli. Le cose da studiare erano tante, ma i risultati arrivavano e compensavano gli sforzi, dei coach e della “fuffa” che sfruttavano il tempo a disposizione in allenamento in cui venivano ignorati dal resto della squadra che provava le corse per provare nuove combinazioni di tracce. Presto i coach capirono anche il concetto di reciprocità e allora svilupparono nuove tecniche di blocchi per i ricevitori sui giochi di corsa. Cosi la “fuffa” divenne quella che faceva il blocco decisivo in campo aperto o il crack di sacrificio sul defensive end.
E le cose cambiarono.
Nel 2009 in IFL su 10 squadre solo 3 (Parma, Catania e Ancona) chiusero l’anno con più passaggi (oltre il 60%) che corse e la media del torneo fu 46.8% pass e 53.2% corse. Nei 2 anni successivi la differenza si ridusse a 1.3 e 0.4 punti percentuale e nel 2012 per la prima volta i pass furono più delle corse (50.2 contro 49.8). Certo buona parte del merito di questi numeri va a giocatori – tanti WR – e allenatori americani che con la loro esperienza hanno spesso rivoltato come un calzino le tendenze delle squadre. Ma quest’anno dopo 2 partite siamo saliti a 52% contro 48% e con un solo americano in campo! 7 delle 12 squadre di IFL lanciano più di quanto corrano mentre i Grizzlies hanno un perfetto 50%.
Ma le altre serie non potendo schierare americani faticano a cambiare. Fino a tutto il 2013 il rapporto tra pass e corse in Lenaf (o A2) é rimasto circa di 3 a 1, poi nel 2014 un notevole cambio (41.5% pass e 58.5% corse) con 5 squadre che han lanciato più che corso e altre 7 con uno scarto inferiore ai 10 punti percentuali. Quest’anno il trend é 41.2% di pass e 58.8% di corse, ma l’arrivo della bella stagione dovrebbe facilitare il passing game e si dovrebbe migliorare.
Nel nostro CIF9 il rapporto corse/passaggi nel 2010 era di 3 a 1 (67.3% contro 32.7%). Nell’ultimo campionato Arena del 2009 fu anche peggio (31% conto 69%) e dire che dal nome doveva ricalcare lo spettacolare gioco indoor degli USA… Il passare degli anni non ha migliorato molto le cose. La scorsa stagione il trend si é fermato a 66.7% di corse e 33.3% di pass, anche se sono state 4 le squadre con più pass che corse (65ers, Doves, Leones e Trappers) con i Dragons in perfetta parità nelle 5 partite con statistiche. Quest’anno si sta confermando come gli altri, col doppio delle corse rispetto ai pass e con una percentuale di completi di poco superiore al 37%. Certo il football a 9 presenta qualche problematica in più sui pass per via della linea ridotta, ma io spero che quel fuoco che smosse quei pochi assistant coach una dozzina di anni fa continui a bruciare tra i “pass coordinator” di questa stagione di CIF9. Spero che non si rassegnino mai all’I formation e a partite intere di “ISO”. Spero che lottino sempre col loro head coach per un lancio in più.
Molta di quella “fuffa” si é presa delle belle rivincite ricevendo in partite ufficiali e rivelandosi determinante. Continuiamo a onorare il loro ricordo, adesso che il WR é riconosciuto per quello che vale, con la sua capacità di ricordarsi innumerevoli formazioni, tracce e concetti, il suo sprezzo del pericolo nel ricevere slant e post pochi istanti prima di venir livellato dai targeting dei DB. Ora é il WR che fa grande il QB.
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Si ringrazia “redellafrattura” per aver ispirato questa storia.
Giorgio Sivocci

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