Play & Book

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“It’s not the will to win that makes you successful…it’s the will to prepare”.

Paul Bear Bryant

 

Si è appena conclusa una (bellissima) stagione e già le squadre si stanno muovendo per la prossima.

Già sulle tribune del XXXV Italian Bowl era attivissima Radio “Mercato” (si, con le virgolette per rimarcare che sembra un mercato di paese di fine ‘800) che raccontava di fantomatiche transumanze di giocatori da una squadra all’altra, coaching staff al collasso, dirigenti senza soldi e squadre senza campo. Come ogni anno la squadra che è andata bene si ritrova accreditata di un gran numero di nuovi arrivi, mentre quella che non è andata bene (nel football non si può andare male, solo giocare è un successo) viene data per prossima alla sparizione e i suoi giocatori ripartiti tra le più vicine formazioni. Coach e giocatori delusi dichiarano solennemente di voler aver più niente a che fare con la loro vecchia squadra mentre quelli soddisfatti invitano amici e parenti a raggiungerli in un angolo di paradiso che si andrà a vincere tutto.

Forse. Può essere. Chi può dirlo. Soprattutto nelle aree delle grandi città, dove ci sono molte squadre, i movimenti di giocatori sono decisi da tantissimi fattori che è impossibile prevederli. Età, studio, lavoro, motivazioni, famiglia… Tante sono le cause che possono portare a cambiare maglia o persino a smettere.

Molto più in piccolo (perchè sono di meno), ma lo stesso discorso vale anche per i coach.

Un buon dirigente dunque, sa che non deve mai rilassarsi e credere di avere la squadra già fatta per l’anno dopo, perchè di punto in bianco il tuo QB ti può mollare per andare a fare l’Erasmus in Estonia, o il tuo MLB va a fare il cuoco sulla riviera romagnola, o il tuo RB titolare si da alla pesca sportiva… I coach di solito sono persone più in la con gli anni e tendono ad essere più stabili, ma anche loro possono avere dei problemi (un nuovo figlio, un parente malato, un cambio di lavoro, semplicemente la moglie/fidanzata che rompe…) quindi i dirigenti devono tenersi pronti anche su quel fronte, e non è cosi facile perchè – come abbiamo detto – i coach sono molti di meno dei giocatori. I coach preparati ancora meno. Diventa quindi davvero difficile per un dirigente trovare un nuovo coach.

C’è tutta una meccanica relazionale che collega Dirigenti-Coach-Giocatori. Il dirigente dovrebbe scegliere il coach in base alla sua esperienza, il coach dovrebbe mettere in campo i giocatori in base alle loro attitudini ad un certo stile di gioco, i giocatori dovrebbero andare in campo e fare del loro meglio per eseguire le scelte del coach (la figura del CoachDirigente, cosi come quella del DirigenteGiocatore o – ancora peggio – del CoachGiocatore vorrei sparisse dal mondo del football). Sappiamo tutti che molto spesso non è cosi.

Attorno a grandi città come Milano, Roma o Bologna gli “addetti ai lavori” sono tanti. I passaggi da una squadra all’altra sono dozzine ogni anno. La scelta è piuttosto varia anche tra i coach perchè sono sempre di più i giocatori che partecipano ai corsi di formazione federali (che si tengono appunto vicino alle grandi città) e vanno poi a fare esperienza nelle giovanili. L’annoso problema della conformazione geografica della nostra penisola crea un discorso molto diverso in altre zone d’Italia. Il nord-est, la Puglia, la Calabria, tanto per citare alcune aree, devono molto spesso letteralmente arrangiarsi con quello che trovano come coach. In pochi sono fortunati da incrociare sul loro cammino persone

veramente preparate. In pochi hanno le risorse per far venire coach da lontano (ma chi lo ha fatto ne ha sempre tratto benefici enormi, basta guardare Islanders e Cavaliers).

Cosi troppo spesso capita che il dirigente – che è quasi sempre un ex giocatore – chiami l’ex compagno di squadra per chiedergli di “venire giù” a dare una mano coi ragazzi del suo ruolo. E l’ex compagno, anche se magari non vede una partita da 20 anni, se può accetta con entusiasmo, perchè in lui è sempre vivo il senso di appartenenza e farebbe di tutto per rivivere le emozioni di quando giocava… Si, ma allenare è una cosa diversa. Non ci si inventa allenatori dall’oggi al domani. Men che meno dall’IERI al domani. Il football è cambiato tantissimo dal secolo scorso, non solo in termini di tecnica, ma anche di regolamento, e in punti fondamentali! Il nostro ex compagno di squadra che “ai suoi tempi” faceva mezz’ora di Oklahoma Drill ogni allenamento, forse è il caso che si aggiorni un po’. Il nostro ex compagno di squadra che “nei favolosi anni 80” in linea bloccava a suon di cascate, forse è il caso che si aggiorni un po’ (Adesso puoi distendere le braccia per bloccare, sai…). Il nostro ex compagno di squadra DB che si lanciava di testa verso i WR, forse è il caso che si aggiorni un po’ prima di insegnare a dei 17enni. Queste situazioni si incontrano purtroppo per la maggior parte nei settori giovanili, perchè i coach da gennaio a luglio sono impegnati con le squadre senior e i giovani finiscono spesso in mano a personaggi del genere che molto spesso agiscono senza alcuna supervisione.

Una delle cose belle di non essere più negli anni 80 è che adesso c’è questa cosa chiamata “Internet” su cui si trova una pagina chiamata “YouTube” dove si possono trovare CENTINAIA di video di drills tecnici per i fondamentali di tutte le posizioni del football americano. Una dozzina di anni fa per apprendere le nuove tecniche si doveva partecipare a coach clinic costosi e lontani (anche da Milano). Oggi abbiamo questa enorme fortuna di trovare di tutto su YouTube, eppure tanti restano ancora legati a metodi di insegnamento vecchi di 30 anni che non solo non sono più efficaci, ma in molti casi sono persino pericolosi per la salute dei giocatori. Tanti “pseudo-coach” non si aggiornano per pigrizia, ma tanti sono davvero convinti che quei metodi siano i migliori e non ritengono necessario informarsi su altri metodi. Sta ai dirigenti supervisionare queste persone e se necessario obbligarli a frequentare dei corsi di aggiornamento.

Internet però andrebbe usato solo per ricercare metodi di allenamento.

Un bravo coach dovrebbe innanzitutto valutare il materiale umano a sua disposizione e in base a quello decidere il sistema di gioco che utilizzerà. Oggi invece anche il football è spesso vittima delle mode, e la moda di oggi è l’Air Raid, cosi come quella di ieri era la Zone Read e poco prima la Spread. Sono sistemi molto spettacolari da vedere nei college, ma che richiedono un lungo processo di apprendimento in chi non li ha mai praticati. Un college USA si allena tutti i giorni 2 volte al giorno nei 2 mesi prima l’inizio della stagione. In Italia la maggior parte delle squadre si allena 2 volte alla settimana e non sempre con lo stesso personale, come si può pensare di installare sistemi di gioco cosi complessi che prevedono che molti giocatori facciano la stessa lettura allo stesso momento? Ma il problema non è solo li, il problema è anche che gli stessi coach che pretendono di giocare questi sistemi complessi non li padroneggiano bene o non li padroneggiano affatto. Il nostro coach del Blue Team ha passato non poco tempo tra video e libri e persino in un college importantissimo per imparare il sistema che applica, non s’è svegliato una mattina dicendo “Quest’anno gioco Air Raid”, ha STUDIATO! Se il football è una metafora della vita che è la somma delle nostre esperienze, così deve esserlo anche un sistema di gioco: la somma delle nostre esperienze di football!

Un paio di anni fa ho visto una squadra italiana storicamente votata alla I formation passare – con lo stesso coach – alla spread offense con risultati a dir poco rivedibili. Quando ho chiesto al coach come avesse fatto a cambiare stile di gioco mi ha risposto che aveva scaricato il playbook da internet. Dopo 2 partite e 2 sconfitte la squadra è tornata a giocare in I formation. Poche settimane fa sono incappato in un post di un coach che chiedeva dove potesse scaricare un playbook per il football a 9… per fortuna dopo una giornata intera nessuno gli aveva risposto.

Non si scaricano i playbook, che senso ha? Anche se hai 100 pagine di giochi, cosa te ne fai se non sai quando chiamarli o perchè chiamarli? Credi che scaricando il playbook di Chip Kelly farai della tua squadra la Oregon italiana? E come farai ad insegnarlo ai tuoi giocatori? Sei in grado? Hai idea se i tuoi uomini di linea sono in grado di fare i movimenti richiesti? Cosa ha fatto Chip Kelly col suo playbook ai Philadelphia Eagles è li da vedere. Non è un playbook nè un sistema che fa una squadra, è la capacità di far rendere i giocatori al loro meglio, disegnando giochi adatti alle loro capacità (anche potenziali) e chiamandoli nei momenti giusti che crea una squadra vincente. Questo si impara solamente STUDIANDO. Duramente. Sui libri e coi video, anche della vostra squadra! Guardate i vostri giocatori in video, capite dove sbagliano e fateglielo vedere. Filmate il più possibile, anche gli allenamenti. Basta un cellulare, non serve attrezzatura clamorosa. Avrete dei miglioramenti notevolissimi e contribuirete ad aumentare lo spirito di gruppo e la voglia di partecipare, perchè tutti vogliono vedersi in video.

Football is a copycat game” lo sappiamo. Copiate dunque, ma con criterio. Il miglior playbook che potrete avere può anche essere pieno di schemi copiati, ma raggruppati secondo le VOSTRE esigenze, non quelle della moda del momento.

Giorgio Sivocci

5 Commenti

  1. Bravo!!! Sono pienamente d’accordo. Direi che bisogna ripetere spesso tutto quello che ha detto. Sopratutto riguarda i metodi in cui il HC origanizza la squadra, dalle schemi a l’allenamenti. Giocando in America negli anni 70 e 80, ho dei bei riccordi, ma vi dico che sono il primo a dirvi che le cose sono cambiate è TANTO, per cui bisogna essere molto flessibile ed essere più informato prima di comminciare a prendere in mano l’impegno, come sovrascritto, STUDIARE! Diventare un studente del gioco. Tutto sommato, sono molto ottimista non solo per la squadra che alleno, ma per lo sport dell footbal Americano in Italia.

  2. Bene sentire l’ottimismo qui sopra nel commento, e perché non essere ottimisti! Sono il primo ad esserlo.
    L’articolo scorre dei punti fondamentali e poi si focalizza a criticare giustamente una grave pretesa: il copiare gli schemi. L’articolo non tratta il programma fisico e resistenza che in statunitense è detto “strenght and conditioning program”. Il programma è tutto, e da ex giocatore ciò ho creduto dalle prime settimane anche in quelle squadre dove il program veniva a dir poco sottovalutato.
    Tornando all’articolo scritto dal dott. Sivocci, ci terrei a riassumere con delle frasi il testo:
    – Un coach sa spiegare (e far capire) a chiunque nella squadra il PERCHÉ di quello che sta insegnando e di qualsiasi cosa in cui sta preparando gli altri. (spesso è vero che si trovano persone che non riescono nemmeno spiegarlo a se stesse, perché noi umani siamo così a volte facciamo cose senza un piano, ma poi le nostre azioni e non solo, anche noi stessi, o coloro che vogliamo allenare, risultano vuoti).
    – Usare i tools della modernità. Gli strumenti, i media, vedersi in video è la base. Il nostro sistema è “corrotto” proprio dalle basi. Infatti oltre a Gameday e cose fondamentali come “dire dov’è la partita” (ma con target pubblico) una cosa fondamentale sarebbe un app (e anche questo l’ho suggerito a Luca ma potrei farlo pure io) che raccoglie, invita, e spiega come fare i video alla gente: c’è poca circolazione di video esterni, che aiutano comunque il movimento, ma soprattutto i video, il vedersi allo specchio, la visualizzazione, il “ripetere” è la base per apprendere: “il perché” in parte è nascosto nello specchio, se vogliamo.
    – Piccola prentesi: ho detto visualizzazione. Si visualizzare è il fulcro, specialmente come “WR e KR”, quindi dal punto di vista di chi è offense, ma in generale da parte di chiunque, (def e ST) e comunque chiunque, nella vita se visualizzi sei già a metà dell’opera. Il coach è uno che sa insegnare questo, fai visualizzare! … poi, è vero, uno che gioca o un ex giocatore come me non si dovrebbe permettere di dire queste cose, ma facciamo che lo consiglio ai giocatori, visto che ogni giocatore E’ ANCHE COACH DI SE STESSO: imparate a visualizzare. (mi salvo in corner per umiltà, permettete).
    – Il Signor McIntosh insieme all’articolo mi fanno venire in mente che in Italia basterebbe andare su Usafootball.com come mi ha spiegato anche il coach Martin che incontrato in palestra nei primi tempi dalle mie parti mi fece capire … si, da noi c’è bisogno di solide basi.
    – Interessantissimo il tema della difficoltà\particolarità del nostro sistema: da noi la gente va via, un “program” proprio per questo “tipico” non attecchisce. Butti dei buoni semi che richiedono 30 giorni per germinare su un terreno che in 2 giorni si trasforma in un suolo che non regge l’umidità e dove i semi non attecchiscono. Fuori di metafora: da noi ci vorrebbero dei programmi (si, prendiamo spunto da quelli NCAA anche di massimo livello) ma bisogna saperli ridurre e rendere effettivi non è facile, comunque, perché se fai il programma di qualsiasi università al 40% (visti i tempi disponibili e tutte le altre variabili – solo per dirne una: noi ci alleniamo con il freddo, a meno che non abbiate un campo da tennis\indoor e i muscoli rendono al massimo quando si ALLENANO al caldo, forse pochi giocatori e coach lo sanno…) Ci vorrebbero quindi a parte Strenght e Conditioning di cui parlo in queste 3 o 4 righe sopra, anche piani adattati ad una squadra da installare in qualche mese.
    – Il punto qui è che ci si morde la coda. Come si fa a fare un football fast food? Un fast football. Che qualità ha la presenza di un QB americano per esempio per 1 anno (si fa per dire) per 5 mesi anzi, e cosi anche a livello grassroots (base), cif 9 italiana, come fai ad avere qualcosa se non hai un piano sul lungo? Come fai se non puoi davvero permetterti di fare programs dallo strenght e conditioning (installabile si questo in 4 mesi) e un piano di gioco e schemi per i 3 team fondamentali (oltre che regole di squadra e rewards e quant’altro? Non puoi giocare a football così.
    Il football non è il calcio, il football è piuttosto il basket, non dico che sia complesso come il golf, ma ci vuole un lavoro importante sopra, proprio come quel gioco con la pallina e il bastone si, ci vuole osservazione, cambiamento, applicazione, mantenimento, lettura\osservazione … per fare questo ci vuole tempo. E dovremmo seguire esempi di realtà che si sono adoperate nel tempo …
    Ho letto i “big” programs\piani di Giaguari, Rhinos, Guelfi, Ferrara … di altri non so, ma certamente esistono tante realtà che seguono i buoni esempi. (che lo fanno in modo diverso, sia chiaro, ma valori, principi, idee generali sono le stesse, quelle che questi seguono, ognuno con spirito di innovazione se vogliamo o di impresa).

    Non fatevi contagiare dai cattivi modelli ed esempi! Purtroppo la cultura della performance capitalista ha contagiato anche il settore sportivo! Ragionate su quest’ultima frase perché vi accorgerete che è così. Ora prendiamo un respiro profondo come individui, dirigenti e come gruppo, e lavoriamo perché non sia così.

    Forse tutta questa necessità di correggere, questo fallire e non, è un chiaro segno che il nostro football è in una fase di sperimentazione (e va benissimo!) si prova si cambia e si riprova e si cambia, ma si deve anche capire che nulla sta fermo, e questo è la vita che lo insegna e pure l’economia e tutte le discipline tra cui quella problematica che ormai ci toccherà tutti e coinvolgerà con lavoro e attività di ogni tipo e nuove comunità che anch’esse subiranno una trasformazione (connessione tra loro), che è quella relativa all’ambiente e la Natura.

    L’importante è che questo cambiamento non lo si scarichi sulle spalle della gente, ma bisogna fare qualcosa che anche se sperimentale o pianificato coinvolga le persone nello spirito di appartenenza se non a dei colori (che per carità, può anche esistere) ma in un credo, un programma, una visione, una promessa, degli obiettivi, dei perché … riempiamo questo football di SIGNIFICATO, se per voi il football ha un significato!

    Il successo non è vincere, guardatevi bene da chi si vanta di aver vinto. Il successo, la forza è di quegli enti, esseri, (non per forza) umani, che perdono e si rialzano. Quello è il vero vincitore. Il vincitore è un perdente. Se conoscete bene il football sapete che cos’è un play, sapete cos’è play by play, e “next play”, queste sono le basi … il football da noi ha un mare di opportunità, e come dice un proverbio greco a me caro : “in un mare di opportunità trovate i pirati” … non fatevi coinvolgere in cattive scorciatoie corsare, ma siate dei veri pirati. E oggi fare quello che dice Coach Sivocci (e non solo nel football, ma in genere) significa essere dei Pirati.

    Ecco … avevo detto riassumere.

      • L’importante è divertirsi, anche quando si perde devi divertirti, quando c’è quel coach o quel tuo collega che ti motiva devi divertirti al massimo, quando c’è una “preghiera” o lanci una fatwa contro l’avversario perchè c’hai il coach tipo questo : i primi due sono pessimi esempi nello speaking motivazionale – poi non è facile farlo con una telecamera puntata (sono di due squadre che si stanno affrontando) il primo parla “arabo” è una battuta (ma se non si conosce la comunità di Dearborn in USA non la capite), il secondo invece che parla alla squadra Dearborn (i rossi) è il peggiore, fa visualizzare il fallimento prima di scendere in campo … (errore madornale), almeno io la vedo così … poi certo, ogni giocatore reagisce come vuole, ma se si avessero dei buoni motivational speaker nel gruppo (aspetto fondamentale, anch’esso TEMA da coprire con un articolo… Almeno un articolo!) si avrebbero grossi risultati.

        Poi tornando a quello che dicevo all’inzio ci si deve divertire (e … si devo dire è un po’ ambiguo, perché non si deve fare male a nessuno, e questo è chiaro, e forse quel coach è pure un po’ criminale, ma va bene così … perché i ragazzi sanno distinguere cosa è giusto e cosa è sbagliato se sono stati cresciuti bene,… altrimenti no). Ecco quindi il terzo, il terzo coach (DC) è il tipico esempio che ti fa divertire… ma allo stesso tempo ti sa motivare. (forse io coinvolgo il giusto con il divertente, o il divertimento con la motivazione …) Ecco qui il video finalmente da guardare, tra spoiler per nuovi articoli e altre considerazioni, guardatevi magari tutto il documentario un giorno … (a parte la boiata degli attacchi alle torri etc) è pur sempre educativo …

        Ecco i tre coach, ma soprattutto il terzo .. quello che ti fa divertire.
        Il football è prima di tutto questo, farsi il culo (permettete), però ti diverti perché entri in un gruppo, aperto, meritocratico, con delle regole, questo è il vero football.
        Divertitevi. Forse il vero football può essere vissuto da dei giovani (anche questo tema da toccare molto importante con un articolo, sulle conseguenze che mescolanze strane generazionali provocano nel nostro football e nelle nostre “Anomale” squadre, si senza virgolette, anomale.
        Vivere la trasformazione vivere il merito esiste solo in squadre giovani … ecco l’incipit di un altro articolo. (spiegazione del fatto che da noi c’è un football strano perché non c’è ricambio, o comunque ci sono troppe eccezioni … (forse ogni squadra fa ancora troppa storia a sé e senza forse. Troppa si intende, perché sia un movimento genuino il football da noi, omogeneo e piacevole) …
        Ecco perché è importante far divertire, usare la giusta comunicazione assolutamente (non della comunicazione troppo sperimentale) ma soprattutto è sacrosanto quello che è stato scritto sopra in quest’articolo di Dott.sivocci e scritti qui)… meno male che non sono solo scritti qui.

        Ora… guardatevi 3 minuti quello che dicevo … Fun e Coaching.

        https://youtu.be/l45Ekl_5uuQ?t=1h11m9s

        Ciao.

  3. Sarebbe interessante sentire un articolo sul football Americano in italia e se questo deve essere “diverso” da quello statunitense. Se deve essere interpretato diversamente. Io credo che un buon calcio, una buona pratica è buona universalmente, non si può dire che da noi si crei “una sottocultura” o “un football superiore” (semmai) … mi piacerebbe sentire che cosa ne pensano i coach in un articolo su questo punto.

    Fatto sta che sempre in collegamento con l’articolo sopra, basta ascoltare questo inizio game del rosebowl 2014 dove una squadra (che ho seguito un po’) è finalmente riuscita ad arrivare. Si tratta di MSU che ci ha messo ben 26 anni per tornare a giocare una finale. Da noi ovviamente il livello è basso e piu ci impegneremo piu crescerà il livello di gioco. E sarà piu lungo il lavoro da dover fare per rimontare e vincere … ecco perché importante poter costruire su tutto il territorio (comprese isole) squadre che siano delle vere squadre, con dei “programmi” ufficialmente riconosciuti impegno, passione cultura diffusi e verificabili … (si sarebbe proprio da creare un legame con le scuole (ammesso che esse continueranno ad esistere come oggi esistono, non ne sono così sicuro) o che si adattino con i sistemi educativi del vicino futuro).

    Comunque MSU ci ha messo 26 anni per tornare in finale. Qualsiasi sia il livello del football da noi .. questo è chiaro. Non ci sono eccezioni, “If you work hard, good things will happen” dice il monumento fuori dal san diego padres stadium di baseball in California. (cit. Charles Gwynn senior).

    MSU spacca … consiglio a tutti di seguirla. Hanno anche realizzato la prima per investimento (1 milione di dollari) di palestra per il football college – https://youtu.be/luIXgJOwlFo?t=2m30s