L’orticello

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La tradizione europea dello sport vuole che vi siano più livelli di competizione, le cosiddette “serie”. Che si chiamino A, B, e C, primera, segunda e tercera, 1, 2 o 3, tutte hanno in comune che si può passare da una all’altra in base ai risultati che si ottengono.
Beh, una volta era così.
La crisi economica di questo secolo ha inevitabilmente toccato anche lo sport. Campionati di un certo spessore come pallavolo e basket hanno subito ritiri, penalizzazioni, cessioni di diritto e rinunce che ne hanno compromesso la struttura anche a calendari compilati. Negli ultimi due anni anche il calcio ha dovuto affrontare il problema, con squadre penalizzate persino nella massima serie. Il tutto accompagnato da una crisi di risultati come non si vedeva dagli anni 80.
Nel suo piccolo il football americano ha invece vissuto negli ultimi 10 anni un discreto ritorno di popolarità, vuoi grazie al ritorno in auge di squadre delle grandi città, vuoi per l’aiuto alla diffusione dato da internet, vuoi per l’ottimo lavoro fatto nelle scuole e con le giovanili. Certo non si naviga nell’oro, anche le squadre considerate “ricche ” hanno dovuto dare dei bei tagli, ma quest’anno avremo una massima serie a 12 squadre, la più folta del millennio. Ma il football americano non è più stato uno sport da promozione e retrocessione dai primi anni 90. La partecipazione ad una serie o ad un’altra veniva decisa dalle singole squadre in base al proprio budget, poteva così capitare che da una stagione all’altra una squadra saltasse addirittura 2 serie. Ed è purtroppo successo in entrambi i sensi. Con l’ingresso nel CONI però questa cosa é dovuta cambiare, e se tutto va come deve, alla fine di questa stagione avremo promozioni e retrocessioni tra tutte e tre le serie Fidaf, a cui ovviamente seguiranno rinunce, ampliamenti di format, graduatorie per passaggi di categoria, decisioni dell’ultima ora… tutto questo non fa bene al movimento football, che per crescere ha bisogno di stabilità, ha bisogno di una base forte e ha bisogno di visibilità che è quella attira i giovani e che quindi porta soldi. Ha bisogno che le squadre trovino la loro dimensione all’interno di un sistema, non ha bisogno di passaggi obbligati di categoria. Nei primi due episodi di Raw Nerve abbiamo provato ad analizzare le motivazioni e le condizioni che una squadra dovrebbe avere per scegliere di passare a 11; nonostante diverse squadre le abbiano, non lo fanno e preferiscono restare nel CIF9. Prendiamo i Red Jackets, campioni in carica: “Il motivo fondamentale della scelta di non presentare richiesta per accedere alla seconda divisione” ci dice Francesco Righetti, head coach e dirigente “sta nel fatto di aver sempre maggiori difficoltà nel reperire coperture economiche”. A Sarzana non temono nemmeno così facendo di perdere giocatori “I nostri giocatori più forti hanno un forte senso di appartenenza alla squadra. Loro meriterebbero sicuramente di poter giocare nel football che conta, ma sanno i problemi che ci sono dietro alla gestione del team e lavorano assieme alla dirigenza per poter affrontare al più presto campionati più consoni”. Stesso tipo di atteggiamento troviamo dall’altra parte della classifica, come ci dice Mauro Bais dei Sentinels Isonzo: “Abbiamo iniziato da zero, due persone un pallone e un grande sogno. La nostra priorità è stata di creare un gruppo solido di giocatori , quasi una famiglia. Quasi nessuno dei nostri ragazzi aveva mai giocato a football prima, abbiamo scelto di impostare un lavoro a lungo termine, un cammino fatto di piccoli passi che ci sta facendo crescere e che son certo porterà soddisfazioni . Chi entra a far parte dei Sentinels non abbandona i propri compagni per cercare gloria altrove”. Ma non è cosi ovunque. Come è normale che sia, un giocatore aspira ai più alti livelli e tanto più si è vicini a una squadra “che conta” tanto più ci si viene attratti. Attorno a Milano sono nate (o rinate) molte squadre nell’ultimo decennio, ma se togliamo la breve apparizione dei Daemons, solo Seamen e Rhinos hanno raggiunto la massima serie, mentre le altre faticano in Lenaf e CIF9. Le due milanesi stanno ovviamente monopolizzando le attenzioni dei talenti migliori, a grande discapito delle altre che spesso si ritrovano in grave crisi di personale. Alessandro Di Lorenzo, presidente dei Blue Storms, vive da anni questa situazione: “Alle società piccole come la nostra fa piacere che i nostri ragazzi vengano richiesti dalle grandi squadre. È bello che vadano a fare esperienza in situazioni meglio strutturate di noi. Il problema è la preservazione del materiale umano che queste squadre fanno. Dovrebbe essere nella coscienza di chi riceve pensare a “ridare”, se non proprio quello che si è preso, quantomeno un compenso adeguato, sempre in termini umani. Invece succede spesso che queste società invece di lavorare sul proprio, diventano quasi delle sanguisughe delle piccole. Si finisce per uccidere le piccole realtà. Andrebbe regolamentata questa situazione. Ad esempio Frogs, Blue Storms, G-Team e 65ers potrebbero collaborare seriamente dedicandosi ognuna ad un settore specifico, IFL/Lenaf per una, CIF9 un’altra e poi junior e flag… ”. Concorda Riccardo Robecchi di Arona “In realtà è un progetto che io avrei messo in programma. Finché non posso pormi obbiettivi agonistici da IFL non posso negare l’esperienza ad un mio ragazzo. Vedo sempre bene la possibilità di far crescere un giovane, del resto la nostra missione è formare innamorati di questo sport. Purtroppo però in una piccola realtà il dovere è quello di dare continuità a chi il salto non se lo può permettere e spesso perdere degli atleti vuol dire mettere a rischio il lavoro del resto del gruppo. Servirebbe maggior impegno morale ed economico da parte dei Teams maggiori ai quali spesso non bastano i settori giovanili. Il pescare nelle squadre minori diventa quindi indispensabile, a patto però di non distruggerne il futuro”. Il football non è diverso tante altre realtà dove inevitabilmente il grande mangia il piccolo e negli anni si sono visti veri e propri casi di “cannibalismo” di squadre. I Falcons che si mangiarono gli Angels Monza, i Daemons con i Commandos Lecco, quest’anno i Marines con i Black Hammers solo per citarne alcuni dei più recenti. E perchè non dovrebbe accadere? Tutto è sempre avvenuto nella massima trasparenza e con la volontà di entrambi, come ci racconta Marco Fiordalice dei Marines Lazio “Per i Black Hammers il giocare al livello più alto in Italia ha fatto da se da stimolo e traino. di collaborazione pura e semplice. Unione per un campionato di alto livello e speriamo di grandi soddisfazioni. Unione di tutte le forze, in campo e fuori”. Per Fiordalice questo non segna la fine della squadra ostiense “Continuerà ad esistere, continuerà a fare la flag senior, e poi si vedrà. In un momento di loro difficoltà, mi sarei stupito se non fosse andata come sta andando ora”. Un’altra collaborazione che promette bene è nata in Puglia, dove Patriots, Dragons e Spartans si sono uniti per il CIF9 2015 (vedi l’articolo del 26 Gennaio scorso). Carlo Cacucci, dirigente barese, ammette che “in un momento di comune difficoltà abbiamo deciso di unire le forze. Il progetto prevede una durata pluriennale e si spera anche giovanile. L’obiettivo di tutti è arrivare a giocare a 11”. Oltre a questa fusione, in Puglia resistono altre due squadre, a Barletta e Brindisi. Con una collaborazione a 5 forse si poteva persino pensare alla IFL. Una buona parte d’Italia sarà sicuramente contraria a queste cose. Del resto anche in queste righe si è detto che il sistema football ha bisogno di una base e unire troppe squadre si corre il rischio di farla sparire questa base. La soluzione potrebbero averla trovata Warriors Bologna e Ravens Imola, la cui collaborazione fresca di accordo li vedrà scambiarsi i giocatori per affrontare rispettivamente IFL e CIF9. Un’idea semplice, che ha richiesto anche umiltà, ma che si può rivelare dannatamente efficace se affrontata con la giusta mentalità da entrambe. In realtà qualcosa di simile si è già visto coi farm teams di Rhinos, Seamen, Marines, Daemons, Elephants e gli stessi Warriors che tra il 2010 e il 2012 iscrissero una seconda squadra – diciamo una “squadra riserve” – al CIF9, e da quei farm teams sono usciti non pochi dei titolari di oggi. Il concetto di squadra riserve è ben consolidato ad esempio nel calcio spagnolo, dove tutte le maggiori squadre ne hanno anche più di una e le iscrivono ai campionati inferiori (ovviamente non possono venir promosse). In Inghilterra invece esiste un vero e proprio campionato per le squadre riserve. A livello di sport americani l’esempio migliore è quello della MLB e delle loro 1000 sub-categorie, ma anche quello della NBA con la NBDL (National Basketball Development League) sta ormai consolidandosi. Tutti questi sistemi hanno in comune la volontà di far crescere tecnicamente i giocatori per portarli a giocare nella massima serie. È un sistema di carattere imprenditoriale che è detto di Franchigia e ne parliamo con un imprenditore di successo appassionato di football, Alessandro Oliveto, ex quarterback e coach, fondatore di un sistema di franchising importante come DoctorGlass e da tempo promotore di questo sistema. “Il principio di base di una lega professionistica, o semi professionistica è quello di creare un bacino di utenza per un numero limitato di squadre, possibilmente con un audience che si trasforma in consumatore dei prodotti “brandizzati” dalla franchigia. Queste due attività risultano essere la base solida di un mercato. Lo scopo delle squadre è coltivare la propria fetta di territorio e di pubblico, per assicurarsi un “income”, che viene utilizzato anche per attirare atleti eccellenti verso la propria franchigia, che in quest’ottica è una azienda che deve produrre denaro, vendendo intrattenimento”L’applicazione di questo concetto alla realtà Italiana è molto semplice, ma si deve partire dal principio di volere costruire un sistema solido, remunerativo e che non può essere manipolato. Il primo passo e creare delle “Franchigie” ovvero società che costruiscono un bacino di utenza unico e che rappresentano un territorio nella lega SemiPro (IFL). Per facilità di numeri si può ipotizzare una franchigia ogni tot milioni di abitanti, per un totale di 16 squadre come obiettivo finale. Le squadre della IFL hanno la prima squadra con un roster massimo, diciamo di 52 giocatori, ma hanno la facoltà di tagliare ed aggiungere giocatori provenienti dalla propria franchigia durante la stagione. Franchigia in cui vi saranno le squadre che partecipano alle “minor leagues”, che potrebbero essere un campionato a 11, a 9, a 7, le giovanili, ogni categoria. Lo scopo finale e far giocare i migliori giocatori della propria franchigia nella squadra di riferimento della IFL. Limitando il roster IFL a 52 giocatori compresi gli USA, si eliminerebbero le problematiche di età e di parcheggio, ma spingerebbe i giovani ed i fuori roster a giocare un campionato in “Minor League” pur mantenendo forte il legame con la propria franchigia. E lavorare per cercare di strappare un contratto l’anno dopo. Il continuo processo di sviluppo deve portare le squadre a condividere i piani di comunicazione, il risultato di una buona comunicazione mediatica porta benefici a tutti. La gestione della comunicazione coi media deve essere fatta dalla lega, mentre le squadre devono coinvolgere le scuole e il territorio e portare allo stadio il maggior numero di persone possibile. Ovviamente un disegno di questa portata necessita di lavoro e di regole, ma soprattutto deve essere chiaro che le squadre delle “minor leagues” hanno una sorta di dipendenza dalla squadra proprietaria della franchigia, la quale ovviamente deve sostenere tecnicamente ed economicamente anche le squadre delle “minor leagues”. In piazze importanti come Milano, Roma e Bologna si può considerare di avere 2 franchigie. Non serve che tutti aderiscano. Basta che si formino 3-4 franchigie e le altre nasceranno a cascata, perchè non ci sarà alternativa.
Uno dei passi più difficili nella costruzione di un sistema simile è vincere la naturale aspirazione al successo individuale che ogni presidente di squadra ha. Un altro è andare oltre l’atavico campanilismo che ci contraddistingue, ma che molto spesso nasce solo da antipatia nei confronti di “quelli la”… che un po’ troppo spesso è anche il motivo per cui nascono le squadre. Il guardare solo il proprio orticello è qualcosa di molto diffuso, ma è qualcosa che dobbiamo smettere di fare. “There is no I in football” deve valere anche a livello di lega e di federazione. Dobbiamo lavorare tutti per il bene dello sport che amiamo.
Giorgio Sivocci

3 Commenti

  1. Ne parlavo a Luca, offrendogli questa idea poche ore fa (mentre avrei voluto farlo a Mambelli e a chi ha organizza gli eventi Fidaf\IFL) l’estate scorsa. Quando sono stato al superbowl scorso a Milano ho pensato che si potrebbe migliorare tanto. Io ho sempre idee creative. Un brain stormer nato, e per questo spesso gli ambienti che frequento mi odiano. Non ho trovato ancora gli ambienti giusti.

    Il superbowl deve diventare un’opportunità. Al posto che fare bancarelle senza senso wazzamerigan che non ci appartengono e che non realizzano un “Santuario” (questa idea che viene dalla Storia dei popoli, dall’archeologia) ovvero luoghi neutrali dove persone con diverse comprensioni della vita possono incontrarsi e capirsi e scambiarsi informazioni.
    Questi santuari potrebbero molto più facilmente essere realizzati da stands (magari anche sostenuti dalla Federazione o dal CONI che offrirebbe un piccolo “contributo” a sostegno delle spese per chi viene e offre una certa, verificata serie di offerte e servizi nel proprio stand.
    Questi stand attorno allo stadio del football dovrebbero creare un giardino che parla del football, dove ogni squadra ha un suo angolo e attorno allo stadio Vigorelli per esempio io vedo un “movimento” di gente comune, come si dice in questi giorni di elections2016 in USA, un movimento grassroots.
    Questo tipo di dialettica, questo tipo di interazione è ciò che serve a noi è ciò che più adeguato c’è per il nostro movimento, altro che crescita 10 anni. Facendo e vedendo cose così (è chiaro che nessuno ci lavora a queste cose e quindi nessuno ha potuto proporre e organizzare una cosa simile, se tutto è concentrato sulla partita, l’evento TV, il catering etc .. per carità tutto il rispetto per questo e tutto quello che non conosco …).

    Un’altra iniziativa da fare è quella del PRO Bowl (Maschile e femminile magari pure).
    Indetto con un serio MVP, non quello che davvero è difficile da capire a votazione che ora c’è in IFL con 3 “cards” da votare … vai a capire come funziona, ma una cosa seria dove ogni game, la federazione che precdentemente ha organizzato chi voterà ufficialmente, avrà un MVP di una squadra e un MVP dell’altra o anche triplicati 3 per squadra oltra a best coach choices (dove vince solo uno a game).
    E alla fine di un calcolo a sommatoria (a completare se mancano i numeri con “i primi migliori giocatori a fine stagione per statistiche”) si andrà a scegliere il roster delle squadre che si scontrano.
    In modo tale da prendere ispirazione, COPIARE ma poi non scimmiottare, fare a modo nostro, un evento su piu giorni dove hai camp e quant’altro. Un pro bowl che sia un giardino anch’esso dove la gente conosce il football, dove i giocatori si conoscono, imparano, migliorano, un luogo umano, un evento temporaneo, una sorta di parco, un po’ come tanti eventi (il piu bello è THE BURNING MAN a cui dev’essere una cosa fantastica andarci), con lo scopo insomma di fare sviluppare questo benedetto NETWORK.

    Altra cosa: il football non deve per forza avere i soldi che girano nel modo sbagliato. Guardate la puntata o anche la preview di 17 minuti di 60 Minutes sports. Guardate dentro la cultura irlandese che sono sicuro molti di noi mai hanno avuto la vera intenzione di conoscere e nemmeno di vivere per qualche tempo (mesi) … (perché oggi andare in un posto 2 giorni o 1 settimana, non è vivere o conoscere una cultura… a meno che non lo fate davvero dentro la cultura).
    https://youtu.be/Rdg2Up_pFkk
    L’Hurling può dare davvero tante idee.
    Una sorta di società Liberal Socialista (odio le etichette, sinistra destra, cose che, forse non vi siete accorti, ma le etichette in un mondo globalizzato non servono a niente ed è inutile usarle, pena la confusione e l’obsolescenza totale del proprio pensiero\opinione) permettete, che reinveste una parte se non il 100% del denaro nel movimento, e sopratutto le sue basi.
    Guardate le persone, in Irlanda. Sono commessi, insegnanti, scienziati, tekkies, lattai, … una società sostenibile, una società futuristica, di quelle che si vedono in film tipo star wars e altre “utopie” se vogliamo. Io invece ci credo. E’ realtà in Irlanda!
    Smettiamo di remare verso la Dystopia invece.

    Ciao!

  2. Riguardo a questo passaggio: abituiamoci, consiglio, a guardare le cose anche da altri lati positivi, e smettere di “lamentarci” una politica davvero, questa, dell’orticello! —>
    CITAZIONE: “Attorno a Milano sono nate (o rinate) molte squadre nell’ultimo decennio, ma se togliamo la breve apparizione dei Daemons, solo Seamen e Rhinos hanno raggiunto la massima serie, mentre le altre faticano in Lenaf e CIF9. Le due milanesi stanno ovviamente monopolizzando le attenzioni dei talenti migliori, a grande discapito delle altre che spesso si ritrovano in grave crisi di personale. Alessandro Di Lorenzo, presidente dei Blue Storms, vive da anni questa situazione: “Alle società piccole come la nostra fa piacere che i nostri ragazzi vengano richiesti dalle grandi squadre. È bello che vadano a fare esperienza in situazioni meglio strutturate di noi. Il problema è la preservazione del materiale umano che queste squadre fanno. Dovrebbe essere nella coscienza di chi riceve pensare a “ridare”,… ”

    Infatti squadra come Rhinos Milano si impegnano da tanto nella giovanile, è proprio questo che si deve pensare di fare. Non sto dicendo di organizzare un trade dei giocatori: si, magari! E’ anacronistico, è fantascienza.
    Ma dico, se le squadre grosse si impegnano come tante fanno (anche le piccole devono prepararsi a farlo in futuro o continuare a farlo) a creare settori giovanili di qualità (e questo lo fai in tanti modi):coach americani che fanno doppio lavoro di allenamento o sessioni di mental coaching, coaching di schemi e quant’altro, giocatori di serie senior che “ritornano” ciò che ricevono (give back) allora si che iniziamo a parlare.

    Non lamentiamoci perché la squadra grande ti prende i giovani, ci sono le squadra grandi (quelle si che sono grandi) che hanno i giocatori o le fanno crescere loro. L’importante è attirarle e creare FAMILY, creare NETWORK, spiegare il DREAM che c’è dietro il football …
    Dedichiamoci a spiegare, a far vivere il football come si vive veramente e non “all’italiana” … perché non ha senso vivere uno sport se non in modo genuino e come questo è nato.

    Fate studiare, guardare i video, fate vedere ai vostri giocatori cosa facevano i giocatori “NFL” ed NCAA … Ad esempio, lo sapete che il casco dei Rams fu disegnato da un giocatore dei Rams che stava laureandosi in Arte e design ?
    Quando vedo i giocatori di Ferrara Eagles che mettono le piastrelle fuori dallo stadio dove giocano penso a questo. Gente che sta vivendo il football, se non, almeno, una parte!
    Il football è motivational videos, è visione, e disciplina, divertimento, sogno.
    Il football è visualizzazione di ciò che si deve fare. A volte ho visto persone che mi guardano strano quando gasato penso a questo, ma questo è la base di tutto. Visualizza ciò che devi raggiungere, (fatti pure un piano direi ma visualizzalo prima di tutto) continua a farlo e vedrai che si materializzerà.

    Queste sono alcune delle cose che un giocatore deve iniziare a fare, e un allenatore dovrebbe insegnare a far fare, appena qualcuno si approccia al football.
    Insegnate la passione, date ossigeno al fuoco affinché si accenda e non smetta mai di ardere sempre più “in grande”.

  3. Ciò che è scritto nelle ultime righe è molto importante.
    Il piccolo estratto dell’intervista a Alessandro Oliveto è molto interessante, ma come il testo sopra mostra uno scenario che richiede di fare passi più lunghi della gamba. Ora non è il momento di distruggere con fretta tutto quello che si è fatto negli ultimi 10 anni e più (post crisi corruzione totale anni 80’90).
    Credo che quel sistema andrebbe mitigato e incluso con un sistema (di enorme successo, anche se il nostro sistema educativo è diverso e non è di stile commonwealth che troviamo in Germania, Olanda, Inghilterra, Sud Africa, USA, Mexico, se vogliamo…) delle scuole.

    Ovvero collegare le squadre “private” o le franchigie con i bacini delle scuole. Non è possibile che a scuola nel 2016 si faccia ancora l’ora di educazione fisica. Un’ora che equivale un po’ ad un’ora d’aria del cervello, un’ora dispersiva. No, creiamo assieme ad iniziative con il MIUR e l’UNESCO che è molto interessata un programma inclusivo, Europeo (e non solo Italiano) se non Universale, extra europeo, dove si crea un sistema globale di sport … allora si che ragioniamo.

    Non ragioniamo assolutamente in modo campanilistico e con la sindrome di NIMBY che è la rovina delle comunità (e nella storia italiana ha fatto anche tanto bene per la diversità che abbiamo dall’arte al folklore a molto altro … ma che oggi non ha senso in un mondo che da 20 anni di rivoluzione digitale e internet cozza in modo incredibile con il mondo analogico umano).
    E’ ora di dare un’aggiornamento alle nostre abitudini e al modo in cui pensiamo oltre alla visione che abbiamo del futuro … se ne abbiamo qualcuna!

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