About a Boy

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“Quale che sia la tua vita, sceglierla cambia tutto”

Andre Agassi

Una nuova stagione sta iniziando. Alcune (poche) squadre sono già in campo con le giovanili, altre stanno organizzando i primi allenamenti, creando i coaching staff, cercando sponsor e campi. Tutte stanno facendo i conti del personale disponibile, sperando di non perdere nessuno e di reclutare di più.

Come sempre, si tratta di una catena. Le squadre al top ricevono richieste da atleti che vogliono andare a giocare con loro, mentre più si scende di categoria e più si verifica il contrario, con le squadre del CIF9 sempre a boccheggiare.

In un precedente articolo parlavo di quei giocatori che raramente vedono il campo. Se si parla di squadre di IFL, molti di questi sono ragazzi che hanno provato il “Grande Salto” da squadre di divisione inferiore, attratti da possibile gloria, o semplicemente mossi da normale ambizione sportiva.

Ma altrettanto molti sono i ragazzi cresciuti nelle giovanili che una volta fuori età non riescono a trovare spazio, quindi dopo una o due stagioni passate a sognare sulla sideline, si rendono conto che vicino a loro ci sono squadre dove lo spazio per giocare c’è. Magari ci gioca un amico, o magari è più vicino a casa o al lavoro o all’università, magari è stufo del suo coach che non sa chi è Rudy, magari è un QB che vede la sua strada sbarrata da un americano. Qualunque sia il motivo, il ragazzo vuole “scegliere”, perché poter scegliere cambia tutto.

E tutti dovremmo avere la possibilità di scegliere.

Cosa succede dunque al ragazzo – ipotizziamo 21enne – a cui piace giocare a football, ma essendo conscio dei suoi limiti capisce di non avere possibilità in IFL? Proviamo a immaginare: può darsi che il suo amico nell’altra squadra gli abbia detto di “venire giù a un allenamento a conoscere compagni e coach”. Può essere invece che non conosca nessuno e decida di mandare una mail o un messaggio su facebook alla squadra. In ogni caso, al 99%, la squadra che riceve il contatto sarà ben felice di avere un giocatore nuovo da vedere. E adesso? Bisogna informare la squadra di origine. Qual’è il modo “migliore” di farlo?

Non esiste un vero e proprio “codice di comportamento” per queste situazioni, almeno non a livello FIDAF (L’unica cosa richiesta è la liberatoria per allenarsi, ma quella è una questione assicurativa).

Nessuno si è mai preso la briga di scriverlo, ma tutti, a quanto pare, sanno che cosa è giusto fare e che cosa è considerato invece scorretto.

Non esiste squadra che non si sia mai lamentata perché gli stanno “rubando un giocatore” e che nello stesso momento sta parlando con un altro che vuole venire a giocare li. Succede sempre, è nella natura degli sport di squadra. Persino in un ambiente come quello collegiale, dove per definizione lo sport dovrebbe essere riservato agli Student-Athletes, quest’anno si è parlato per la prima volta di “Free Agency”, con non pochi giocatori trasferiti da una università all’altra e subito in campo (ad esempio il QB Jake Rudock passato da Iowa a Michigan). La NCAA ha regole molte strette al riguardo. Ci deve essere un anno di Redshirt (infortunio, scelta tecnica…) tra un college e l’altro a meno che non sia un Graduate Transfer (il caso di Rudock) ovvero quando un giocatore già laureato chiede di trasferirsi in un’altra università perché nella sua non c’è il master che lui vorrebbe (ovvia menzogna legalizzata…).

Ma la cosa più interessante è come nascono questi trasferimenti. Oltre alle ovvie ragioni di prestigio (passare da un college di fascia media a uno rinomato) e di spazio (QB3 da una parte, titolare da un’altra) nel college football gli allenatori possono andare negli altri college a parlare direttamente con i giocatori e proporgli di trasferirsi. In Italia, nonostante non ci sia alcun regolamento in merito, questa cosa è vista peggio di un adulterio, da dirigenti e allenatori che stanno per subire il “furto”. Vengono tirati in ballo tutti i modelli etici e sportivi possibili e immaginabili per dimostrare quanto sia ingiusto che il ragazzo abbandoni “la squadra che gli ha insegnato a giocare” e “i compagni con cui a condiviso battaglie”, facendolo sentire un infame anche se probabilmente nemmeno ne ricordano il viso.

Parandosi meschinamente dietro al “bene della squadra” si tralascia come sempre il bene del singolo.

Al recente corso di formazione per allenatori di III livello (il più alto in Italia al momento) si è puntato molto sull’indirizzare le metodologie di allenamento non solo alla squadra, ma anche al singolo giocatore “attraverso la scoperta e lo sviluppo delle potenzialità individuali”. Si sta dunque andando oltre lo stereotipo di squadra come entità per arrivare al “fare squadra” intesa come unione di individui che collaborano per uno stesso obiettivo.
Il bene del singolo è importante. Tanti singoli che stanno bene “fanno” una squadra che sta bene.

Il nostro ragazzo 21enne che ha “scelto” di andare da un’altra parte, non stava bene nella sua squadra di origine perché non ha mai messo piede in campo. La dirigenza che gli impedisce di andarsene per pura ripicca, che tipo di messaggio manda alla squadra? Che bene fa al morale di una squadra sentirsi dire che non possono andarsene dove vogliono, ma al massimo vanno dove vuole la dirigenza (traduzione: da chi ci paga di più o ci da altro in cambio)? Non sono professionisti, non vengono pagati per andare in campo, sono li per “giocare”. Una dirigenza che ha bisogno della “forza” per trattenere un giocatore, ha già perso.

Una regolamentazione per questo esiste, come in tutti gli sport. Nonostante la sentenza Bosman e tutti i suoi figli, la squadra è ancora padrona del giocatore. I tesseramenti ora vanno rinnovati di anno in anno, ma alla fine dell’anno il giocatore non è comunque libero. Se vuole passare ad altra squadra deve venire svincolato oppure attendere una stagione senza giocare. Esiste una terza opzione nella nostra federazione che consiste nello Svincolo Unilaterale, ottenibile tramite il pagamento dell’Indennità di Formazione. Si calcola sommando 3 diverse indennità, Base, Variabile e di Categoria, che nel caso del nostro ragazzo 21enne che gioca da 2 anni e vuole scendere di categoria, porta a un totale di circa 2000 Euro… Una cifra che ben pochi 21enni si possono permettere, considerato anche le spese che il nostro sport comporta.

Succede quindi che la squadra del nostro ragazzo adesso è offesa a morte, sia perché il 21enne se ne vuole andare e sia perché il ragazzo s’è permesso di parlare con un’altra squadra (ma non è vietato…). A questo punto inizia la zona grigia, ovvero quando iniziano a parlarsi le dirigenze. Nessuno sa cosa si dicono tra dirigenti, nemmeno noi ovviamente, e non lo vogliamo sapere. A noi interessa che il nostro ragazzo 21enne possa GIOCARE dove HA SCELTO di farlo.

Siamo illusi? Siamo anacronistici? Può darsi. Ma le radici dello sport per noi devono essere quelle olimpiche. La squadra spende soldi per insegnarmi a giocare? Beh ma io ti pago per allenarmi e contribuisco al prestigio della tua squadra se si vince. Siamo pari. Io sono solo un ragazzo, un ragazzo che vuole poter scegliere.

Giorgio Sivocci

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