DNA ufficialmente sacro

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17 ottobre 1941, viene impiegata per la prima volta una flag in campo (fonte Wikipedia).

I giudici di gara, gli officials ,nel football americano, danno valore ufficiale alla partita. Questo è certamente un concetto talmente scontato che a molti di noi, giocatori e non, risulta un fatto sconosciuto.
Svolgendo un’altra brevissima ricerca, per “official”, google, cercandone l’etimologia, suggerisce correttamente che la parola deriva in origine da ufficiale pubblico, dal latino officialis).
Tutto questo spiega bene il motivo per cui essi sono li e sono chiamati così in americano.
Senza di loro ogni azione, non avrebbe alcun senso.
Come i notai, infatti, ogni atto, nelle città europee – storia della città – viene, a partire dal 1500, da loro redatto. Prima nelle logge per essere un atto valido e ufficiale, poi presso le vie (del cui sistema “reticolare” i notai italiani tra l’altro sono gli inventori) ogni cambiamento deve essere “messo agli atti” da loro.
Ciò che voglio far capire è che sta anche qui, soprattutto qui, cari sorelle e fratelli d’Italia, la linea tra un campionato per amatori e un campionato professionistico, nella conoscenza e nell’“enforcing” delle regole (il far rispettare le regole), oltre che nel lavoro duro fisico e tecnico (senz’altro).
Tutti sono tenuti nei limiti del possibile a far rispettare le regole.
Chiediamoci che cosa vogliamo? Vogliamo giocare al parco (certo, perché no?!) e dire quanto siamo bravi a vincere al parco, oppure vogliamo contribuire a qualcosa che migliora progredisce sempre di più e merita essere ricordato come storia? Non stiamo forse spendendo, tempo, soldi e parte se non tutta la nostra vita, per questo sport?
Non mentiamo di fronte alla prima domanda, perché è proprio qui la differenza.
Se mentissimo, staremmo dicendo che noi siamo sportivi inferiori rispetto ad altri, rispetto ai nostri “modelli”.

Gli officials presenti e attivi durante il gioco del football sono normalmente 7 e possiedono vari compiti e, mobili sul campo, sono attivi lungo delle precise zone o vettori del “gridiron”.
Essi sono umani, e come in ogni sport vanno rispettati in quanto tali prima di tutto oltre che in quanto arbitri del gioco. Le loro decisioni non devono essere discusse o se vogliamo provare a parlarne di una decisione mai e poi mai il nostro intervento venga fatto con eccessiva informalità durante il gioco (lo stesso vale dopo la gara). Ne va della qualità del nostro gioco, del nostro network, proprio perché siamo tutti insieme dentro una stessa realtà e con il fine di divertire e divertirci. Non possiamo nemmeno dimenticarci delle nostre responsabilità al fine di far progredire il gioco del football che nel nostro Paese, così come in tutta Europa, ha ancora molto da fare per raggiungere i livelli di U.S.A., Canada e Giappone.
Gli “arbitri” del football possiedono alla propria cintura delle flag o marker di penalità e vari oggetti speciali (anche se non sono vestiti come Batman, Robin, Cat Woman o G.I. Jane) per interagire con il campo, il pubblico e lo staff delle squadre in sideline attraverso dei segnali, se qualcosa viene osservato sul campo.
(illegalità, avanzamenti; nel calcio invece è di recente introduzione il cartellino verde per segnalare i gesti di fair play). Si può dire molto su questo tema, no, non mi riferisco ai fumetti e ai super eroi, bensì a come sono fatte le flag (questi segnali) fino a come vengono utilizzati questi segnali e per questo lascio spazio alla vostra curiosità.
Anche gli Head Coach possono, sfidando in un preciso momento la decisione arbitrale, tirare in vario modo una flag a loro disposizione (guardate la GIF ); come si vede dallo stesso gesto della challenge il football è espressione umana, qualcosa di unico. E’ arte.
Credo fermamente che anche arbitrare in un modo piacevole, nulla di strano a definirlo così, sia una vera e propria arte, visto che è insopportabile l’egocentrismo arbitrale quando si manifesta, in qualsiasi sport ed è invece così piacevole vedere una partita ben regolamentata.
Se vogliamo allora, arbitrare non è un arte biografica, ma è un arte di interpretazione interdisciplinare (perché si dota di comprensioni di una persona che vanno oltre una singola disciplina).
Tornando al “nostro” coach, egli ha diritto in ogni partita per una challenge al fine di chiedere la modifica della decisione presa dal capo del “crew” arbitrale (questo non è possibile in Italia ancora).
Si tratta di uno strumento di extrema ratio, usato raramente all’estero.
A tale sfida d’appello alla decisione arbitrale, normalmente si contrappone e sovrappone una decisione che viene presa considerando la prova tv (che da noi “non è ancora disponibile”).

I luoghi dove si tengono i nostri game sono luoghi ufficiali, come abbiamo detto, dove si decidono le sorti non solo nostre o della squadra o dell’incontro tra squadre, ma di tutto il campionato: rispettiamo questo luogo.
Gli spazi dove giochiamo a football possono essere definiti dei santuari neutrali. La sacralità del football, per altro, è molto presente nei vari luoghi del football americano d’oltre oceano come ad esempio, East Lansing in Michigan (dove gioca MSU), luogo storico del football.
Per parlare in termini generali invece, in Texas (se non a Udine, dove, per come abbiamo vissuto alla grande, grazie al “program” e lo spirito delle persone, la stagione 2010, mi sentivo in Texas) dove il football è sacro e dove si parla di “religione del football”.
Questo linguaggio che usiamo, deriva da un passato lontano forse, ma ci siamo mai chiesti il perché?
Il perché a football e nella vita è fondamentale.
Un santuario infatti nella storia era un luogo sacro (e profano sono concetti, etichette, di nostra invenzione), dove si svolgeva anche la prostituzione sacra (senza pensare che la donna fosse sfruttata – pensate senza etichette per favore!), dove le genti si mescolavano, dove due o più civiltà imparavano a comprendersi, e i propri dei, diversi, solo per i nomi e l’aspetto, erano dei che sebbene “differissero”, erano rispettati nello stesso luogo (un albero, una fontana, un tempio …) e diventavano comuni o spesso si trasformavano nello stesso dio, dai molteplici nomi.
Apertura mentale, capacità diffusa che oggi molti di noi a causa della scarsissimo e poco allenato senso critico hanno perso, permetteva tutto questo, oltre al desiderio di commerciare, permetteva di (iniziare a) conoscere l’altro.
Le culture si incontravano in un luogo e lo stesso succede in un luogo che è e deve essere sacro: il vostro stadio o campo di gioco dove due “program” si incontrano quel giorno, a quell’ora, dove viene ufficializzato non solo tutto il game, inch by inch, ma il risultato.
Senza la crew arbitrale un game di football lo sapete come andrebbe a finire vero?
Ecco che il concetto di Stadio sacro non ha nulla di difficile da comprendere, ma è qualcosa che è scritto nel nostro DNA.

Eccoci alla fine del primo episodio. Un secondo verrà ma a dire il vero odio questi “secondi episodi”. Sembra che nessuno abbia più il tempo per fare nulla in questo mondo post Ottocentesco. Viviamo ancora così come è stato deciso con la rivoluzione industriale del 1750 lo sapevate? Viviamo a due dimensioni, ascisse e ordinate. Tutto è performance. Che ne è dello spazio dedicato alla creatività e della meraviglia umana (della Natura) da cui “tutto” ciò “che conosciamo” è nato?
E’ appannaggio di pochi! Oggi parliamo addirittura di “poterci permettere” la creatività quando dovrebbe essere pane e “output” quotidiano.
Non vorreste come dice Virgina Woolf avere la possibilità di leggere all’infinito?
Per lei quello rappresenta il paradiso. Che ne pensate? Io concordo con lei.
Per me il paradiso ha sempre molte facce altre, non solo quella di un’infinita biblioteca; non esiste solo leggere sebbene sia molto importante; poi se si tratta di qualcosa che io scrivo per voi su Sideline allora sono sicuro che qualche dubbio ce l’abbiate veramente sull’importanza di leggere!
Performance, output non creativo … Ok, ma il mondo sta cambiando: con la realtà virtuale, la realtà aumentata e l’olografica inizieremo ad agire a 3,4,5 e più dimensioni e non solo a pensarvi! A dire il vero lo facciamo già.
Come vedete, questo boccone amaro del secondo episodio non mi va giù, mi ci hanno costretto “quelli della redazione”.
Facciamo così allora, facciamo come vogliono, purché io possa scrivere all’infinito e voi possiate leggere sempre qualcosa di nuovo.

Marco Di Paolo
twitter: @marcodpaolo

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